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di iniziare a parlare del carnevale di Tempio, occorre sgombrare il campo
da alcuni luoghi comuni, che, colpevole la poca “lungimiranza”
degli addetti ai lavori, hanno inficiato il concetto stesso del termine.
Il primo riguarda il “certificato d’autenticità”. Gli etnologi considerano, infatti, degne d’attenzione solo quelle manifestazioni che si sono conservate fino ai giorni nostri senza apparenti modifiche, perciò alcuni carnevali sono considerati etnici, altri lo sono affatto e non meritano pertanto il minimo interesse o studio. Altro luogo comune è quello che una maschera, tipica di un determinato paese, esiste e persiste solo in questo, mentre è verosimile che, pur con nomi o attributi diversi, si ritrovi in altre aree della Sardegna. Vediamo il caso specifico del carnevale in Gallura, ed a Tempio in particolare. Allo spettatore poco informato le manifestazioni carnevalesche appaiono come una copia, più o meno riuscita a seconda degli anni, delle sfilate di Viareggio, qualcosa di moderno, messo su di proposito, per attrarre il pubblico che sempre molto numeroso partecipa, o, per essere più precisi, assiste. Ma un rito tanto sentito dalla popolazione locale, che con mesi di lavoro massacrante e gratuito, si prodiga per garantirne la riuscita, può avere radici così superficiali? È appena evidente che la manifestazione ha avuto origine in epoche remote e che, seguendo l’evoluzione dei tempi, si è rinnovata aggiungendo al sostrato locale contaminazioni esterne con l’intento di migliorarne la fruibilità, ma, così facendo, ha perso completamente il carattere originale. Le ingerenze esterne, sullo svolgimento del carnevale, hanno origini lontane. Un documento d’archivio data al 1840 l’intrusione delle autorità sul carnevale di Tempio1, e probabilmente non è la prima... Ritrovare i caratteri originali delle maschere carnevalesche è però possibile, anche se con difficoltà, consultando i testi scritti negli anni passati, intervistando le persone di una certa età e comparando quanto risulta da queste testimonianze con ciò che ancora viene utilizzato, in contesti diversi o nelle zone più conservative. Una ricerca strutturata nel modo anzidetto ha fatto emergere un quadro d’ambiente gallurese in cui, al di là delle maschere di cartapesta, prendono corpo altre figure carnevalesche utilizzate fino ai primi anni del Novecento. È ormai unanimemente accettato il fatto che le maschere popolari hanno origine diabolica, come proposto da Toschi2, il camuffamento veniva realizzato con abiti dismessi, pelli e pellicce ormai logore, come ci informa Cossu3: «Gli uomini si annerivano la faccia con la fuliggine dei paiuoli, si camuffavano buttandosi addosso tutti i cenci, infagottandosi di vecchiume, caricandosi di pelli, sonagli, campanelli, conducendo in mezzo alle brigate le figure sinistre degli antichi satiri, dei baccanti, dei coribanti, dei primitivi attori, di cui Tespi si serviva per rappresentare i primi abbozzi di tragedia, sopra i carri di città in città». Francesco Alziator4, a sua volta, ci informa che: «massima attrazione del carnevale sardo sono le maschere animalesche barbaricine. Qualunque sia l’origine più remota di questa manifestazione, certo è che in Sant’Agostino vi è una sicura testimonianza di mascherate ferine e di maschere animalesche. Quando Alziator conduceva le sue ricerche in Sardegna i costumi animaleschi erano già scomparsi quasi ovunque, questo non implica, però, che fossero presenti solo in Barbagia; Francesco de Rosa5 parlando del carnevale in Gallura, alla fine dell’Ottocento, precisa: «fra le maschere che più riescono gradite sono i cosiddetti “buffoni” (mascari brutti), che indossano abiti sbrindellati, spesso sudici o pelli di vacca o di montone, o cuoi di bue o di vacca, con corde a tracolla o alla cintura, con sonagli e buccole che squillano continuamente. Cotali maschere, colle lepidezze, colle mimiche svariate, colle buffonate e colle curiose scene che rappresentano, fanno sganasciar dalle risa gli astanti; onde vengono seguiti da lungo codazzo di fanciulli. Questi buffoni mascherati, oltre al diritto di lanciar liberamente motti pungenti e parole sconce all’indirizzo dei presenti o degli assenti, possono costringere anche i più restii, servendosi all’uopo della forza fisica, a ballare con loro, possono multare chi meglio credono, facendo pagare qualche moneta, un litro di vino o altro. Mi pare che non si possano avanzare dubbi in merito alla presenza delle maschere zoomorfe anche in Gallura. Del resto, è risaputo che fino ai primi anni del Novecento erano ancora in uso, a Tempio, il corpetto di pelliccia senza maniche (ciamarru) e uno un pelle rasata (cugliettu), «il travestirsi con pelli ferine o d’animali domestici –scrive F. De Rosa - è un tardo ricordo d’una delle primitive fogge di vestire di popoli galluresi»6. Qualche perplessità permane, invece, per quanto riguarda il “mascheramento del viso”. Il De Rosa non precisa come avvenisse, mentre il Cossu ci dice che annerivano la faccia con fuliggine. In altre zone della Sardegna vengono utilizzate all’uopo maschere di legno, sughero o tela. Tali maschere sono chiamate “carazzas”. Questo termine è rimasto in Gallura ad indicare la protezione per il viso che gli apicoltori usano quando si avvicinano agli alveari, che è detta appunto “carazza” e che è una vera e propria maschera che isola completamente il viso. Il Gana7 traduce il termine “carazza” con: «maschera; vocabolo non più in uso; registrato dallo Spano». Il Rosso8 dà due definizioni: «maschera, testa di cartapesta con faccia deforme – e - retina usata dagli apicoltori per difendersi dalle api. La tradizione orale ci parla inoltre di “carazze” fatte con il sughero, che ben si adatta alla forma del viso e circondandolo lo protegge completamente. A questo punto la presenza della maschera zoomorfa anche in Gallura è innegabile. Di questa abbiamo una descrizione nel dizionario del Gana. Essa corrisponde a ciò che la tradizione popolare definisce come “Lu Traicoggju”. Il Gana lo descrive come: «uno spirito» che trascina un «cuoio di bue o di cavallo al quale sono attaccati paioli vecchi, padelle, ciarpami e catene, percorrendo con altri famelici compagni le vie del paese»9. Questa maschera era dunque una maschera zoomorfa e, allo stesso tempo, anima di morto, che si aggirava per il paese, secondo la fantasia del popolino, seguita da altri spiriti inquieti, che possiamo individuare nella schiera dei morti (reula) di cui da testimonianza anche il Bottiglioni10. Quale miglior occasione del carnevale, per esorcizzare le proprie paure ed incuterne a chi apparentemente non ne ha, per rispolverare le maschere demoniache? Che si vestissero da “figure sinistre”, in cui animalità e umanità si amalgamano fino a diventare un essere a sé, zoomorfo, appunto, è cosa ormai consolidata, ma è anche vero che l’occasione carnevalesca serviva anche per imitare (ed esorcizzare) gli spiriti... Non sono pochi, infatti, gli aneddoti che ancora permangono nella tradizione orale che trasportano questo “costume” in contesti diversi, ma che hanno nel carnevale l’origine della propria esistenza. Per esempio, si racconta di un uomo che vestito da fantasma si aggirava di notte tra i poderi per rubare gli ortaggi. Per impaurire i poveri agricoltori, “vittime dell’appropriamento indebito”, diceva: «Primma cand’era ‘iu,/ andaggja riu riu./ Abali chi socu moltu / Andu oltu par oltu»11. Finché un giorno, un agricoltore si fece trovare nell’orto in compagnia di una persona nota per il coraggio e l’audacia che, all’apparire del presunto fantasma che diceva la solita filastrocca, rispose con tono minaccioso: «Bocati la mascariglia/ e fatti ìdé ca sei...12». Il fantasma si smascherò, venne riconosciuto e da allora non poté più compiere altre malefatte. Per quanto riguarda la presenza delle stesse maschere in paesi diversi, una indagine, pubblicata nel BRADS 1982/83-13, precisa che, in Gallura, a quella data erano presenti le maschere a cavallo (con i costumi tradizionali, che ormai hanno perso la caratteristica di abiti d’uso comune) segnalate a Calangianus, Luras, Obia, Telti, Tempio. La parodia di uomini con fama di scarsa intelligenza ad Aggius, Badesi, Trinità d’Agultu, Viddalba, Vignola. Imitazioni parodie degli esponenti dell’apparato giudiziario a Calangianus e Tempio. Uomini che si travestono da donna e viceversa ad Aggius, Badesi, Calangianus, Telti, Tempio, Trinità d’Agultu. A questo punto è legittimo supporre che dall’inversione dei ruoli scaturissero maschere particolari di cui oggi non rimane memoria, ma flebili tracce che possono essere interpretate come rappresentazione di un mondo arcaico. Erano certamente presenti le “attittadore”; il lamento funebre per la morte di “Re Giorgio” (Gjolgiu) è pervenuto, infatti, fino ai giorni nostri. Il pianto delle “prefiche” che viene eseguito al momento del “rogo”, e che si ispira senza dubbio all’antica tradizione dell’“attittu” che in Gallura veniva esasperata particolarmente fino ad arrivare a “lu raspu”14, condannato e vietato dalle autorità ecclesiastiche perché disdicevole, ma che, vista la drammaticità in esso contenuta, non può non avere ispirato le mascherate dei giovani, che a carnevale la riproponevano in forma ironica, travistiti da vedove dolenti e disperate per la morte dell’amato-odiato sovrano. In proposito, De Rosa scrive che, dopo il “tocco” della mezzanotte della sera del martedì di carnevale «nelle sale (da ballo) si vede entrare una bara, su cui vedesi un fantoccio (Gjogiu) rappresentante il morto carnevale, portato da quattro individui con lungo codazzo di gente schiamazzante che grida: “carrasciali è moltu! Ohi! Ohi! Ohi!... Gjolgiu meu, Gjolgiu meu, lu me’ fiddolu bonu ch’eri tu, ohi ! ohi ! ohi ! (Carnevale è morto! Ohi....Giorgio mio... tu che eri il figlio mio buono, ohi...). Deposta la bara in terra i doloranti le si mettono in giro cantando una scherzevole trenodia e gettando frequenti ululati che vengono ripetuti dagli astanti». Successivamente viene incontro un corteo funebre che si agira per il paese... Anche la “filungnana”, ossia la “filatrice” che scandisce lo scorrere del tempo, doveva essere presente, visto che tra i canti arcaici galluresi si ricordano, in particolare, questi versi: «fila fila filungnana / dugna dì fili un’acciola ...»15, in cui l’allegoria “Filatrice – Parca” è più che palese. Sempre nel rispetto dell’inversione dei ruoli è da vedere la nascita del domino, antica maschera tempiese che viene utilizzata dalle donne, ma che riproduce nelle forme il “gabbano” maschile. A queste si aggiungono le maschere realizzate con lenzuola, copriletto o camice lunghe da donna che consentivano la trasformazione in “anima di morto”. Un carnevale ben ricco era, fino a pochi anni fa, quello tempiese. Peccato che attualmente invece di ricercare e rielaborare il patrimonio culturale locale, si preferisca attingere agli altri carnevali piuttosto che riscoprire e valorizzare il proprio. Ma cosa ha portato alla scomparsa di queste maschere? A parte i sermoni di Sant’Agostino e del Papa Zaccaria, riportati dall’Alziator, che pure devono aver avuto poca presa sul popolo, visto che fino ai primi del Novecento si ha la testimonianza del loro persistere, un potere deterrente maggiore devono aver avuto, senza dubbio, i divieti imposti in varie occasioni dalle autorità giudiziarie, preoccupate che sotto la maschera si celassero dei facinorosi. Le due guerre mondiali e la crisi del sughero, materia prima fondamentale per l’economia di Tempio, hanno impoverito la manifestazione carnevalesca: le guerre favorendo i contatti degli indigeni con persone portatrici di culture diverse, facilitando così, per inculturazione, l’introduzione di elementi spurii, la crisi economica facendo venir meno, per ovvii motivi, la voglia di divertirsi... ma la definitiva scomparsa del carnevale tradizionale si ha nella seconda metà del Novecento. Negli Anni Sessanta rientra a Tempio, dal “continente italiano”, Salvatore Muzzu, portando con sé una ventata di novità, dando inizio alla nuova era del carnevale tempiese e, di riflesso, gallurese. Compaiono le prime maschere di cartapesta, gruppi di sbandieratori, musicisti, majorettes... maschere e figuranti che animano il carnevale in funzione turistica (richiamando in città migliaia di persone) e mettono in cantina quello tradizionale. Con gli anni, le nuove “figure”, portatrici d’usanze diverse ed esterne alla realtà locale, diventano parte integrante del carnevale di Tempio e della Gallura, ammirate e applaudite dal pubblico che interpreta come maschere ciò che in realtà sono “gruppi” di semplice folklore, ad uso e consumo del turista. | |||||||||||
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| Note | |||||||||||
1
Archivio Comunale di Tempio (ACT): nel documento reperito, datato 15 febbraio
1840, si legge della richiesta, rivolta al Governatore di Sassari, di
“ammorbidimento” delle decisioni prese dal Comandante della
Piazza di Tempio circa l’uso del “locale da ballo”.
Il sig. Pietro Spano Gigante, così scrive: «Umilmente espone
a V.E. che avendo fabbricato con annuenza del Consiglio Civico un Teatro
si è il medesimo aperto, ma siccome il Sig.re Com.te della Piazza
ha ordinato che tutti indistintamente debbano ballare mascherati ad eccezione
dei nobili, e di più vuole che non nobili non possano levarsi la
maschera dal viso neanche nei momenti nei quali non si balla il Teatro
è deserto. Essendo pertanto stato sempre costume nel Teatro di
Tempio nel quale si balla colla massima decenza che le donne vestite pulitamente
senza alcuna distinzione ballassero mascherate, come anche tutti i giovani
puliti anche non nobili ballassero mascherati, quegli altri purché
fossero in abiti di maschera o con altro segno di maschera ballassero
senza averla nel viso, ricorre a S. E. supplicandola degnarsi lasciare
gli ordini opportuni al Sig.re Comandante affinché permetta che
le persone pulite anche non nobili possano ballare smascherate e che smascherate
possano ballare le donne e che agli altri basti un segno di maschera senza
necessità d’averla nel viso. 2 PAOLO TOSCHI, “Le origini del teatro italiano”, vol. primo, edizioni Bollati Boringhieri, To –1999. 3 FRANCESCO COSSU, “Tradizioni popolari di Gallura”, edizioni Chiarella (SS) 1974. 4 FRANCESCO ALZIATOR, “Folklore sardo”, edizioni La Zattera (Bo) 1957. 5 FRANCESCO DE ROSA, “Tradizioni popolari di Gallura”, edizioni Arnaldo Forni (Bo), 1987, ristampa anastatica dell’edizione di Tempio-La Maddalena, 1899. 6 FRANCESCO DE ROSA, Op. cit. Che a Tempio, fosse ancora in uso “lu cugliettu” nel XIX secolo è testimoniato da diverse fonti orali. Inoltre è ancora presente (anche se non più utilizzato) il soprannome riferito a questa foggia di vestiario: “Frati Cuglietti”. 7 LEONARDO GANA, Op. Cit. 8 FRANCESCO ROSSO, Op. Cit. 9 Sul “Traicoggju” abbiamo diverse testimonianze, oltre a quelle citate del Gana e del Rosso, ne parlano MARIA AZARA in “Tradizioni popolari della Gallura, dalla culla alla tomba” (edizioni Italiane, Roma,) e GINO BOTTIGLIONI, “Vita Sarda” (a cura di Giulio Paulis e Mario Atzori), edizioni Libreria Dessì (SS), 1978. È presente, inoltre, nelle testimonianze orali (aneddoti e fole –conti di fuchili) ancora narrate nelle frazioni isolate (cussorgje) e piccoli comuni dell’Alta Gallura. Cfr. anche MARGHERITA ACHENZA, “Lu Traicoggiju”, in “Almanacco Gallurese n. 10/2002-03 (a cura di G. Gelsomino), edizioni Giovanni Gelsomino (SS) 2002. 10 GINO BOTTIGLIONI, Op. Cit. 11 «Quand’ero ancora in vita/ camminavo lungo i ruscelli/ da morto, invece,/ vado girando per orti» 12 «Togliti la maschera/ e fammi capire chi sei...» 13 LUISA ORRÙ, “Materiali per lo studio del carnevale in Sardegna. Saggio di repertorio della voce maschere”, in BRADS 11, 1982-83. 14 ANDREA MUZZEDDU, “L’attittu: lamento funebre in Gallura”, in “Sardegna Antica” n. 16/1999, a cura di Giacobbe Manca, edizioni C.S.C.M. (Centro Studi Culture Mediterranee) NU. 15 «Fila fila filatrice/ ogni giorno fili una matassina...» Per il contributo offerto, con documenti e informazioni inedite, si ringraziano Franco Vacca, Giancarlo Pes, Giuseppe Garrucciu, Marcuccio Achenza, Maria Saragato e Paolo Brandano | |||||||||||
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